2020 – Il primato educativo della famiglia

Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato

Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono, infatti, un senso di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula fondamentale.

(Educare alla vita buona del Vangelo, 36)

Prendo spunto dall’incipit del numero 36 degli attuali Orientamenti Pastorali e da un incontro di catechesi svolto recentemente in Cattedrale, a Tempio, per condividere con i lettori di Gallura & Anglona alcune riflessioni.

Partiamo da questa elementare ma smarrita considerazione: per i genitori il compito educativo è naturale, essenziale e doveroso. Risiede nello stesso atto generativo (come già San Tommaso d’Aquino ricorda). Solo i genitori sono educatori naturali, il compito educativo insieme alla procreazione costituisce l’essenza dell’essere genitori, ne deriva che l’educare non può essere un’azione facoltativa dei genitori ma doverosa, cioè dev’essere compiuta.

Il compito educativo non può essere delegato (demandato ad altri), non può essere surrogato (sostituito da altri) ma può essere condiviso e compartecipato, ecco la necessità di stringere alleanze educative: scuola; parrocchia; oratorio; società sportiva; etc.

Spesso le famiglie si sentono sole, inadeguate ed impotenti nella pratica dell’arte educativa almeno per tre motivi. Uno di carattere antropologico e due di carattere sociologico.

Dal punto di vista antropologico possiamo dire che l’uomo del passato dava grande importanza all’educazione dei bambini e dei ragazzi per via della brevità del ciclo vitale, nel senso che l’educazione era concepita come bagaglio comportamentale bastevole per tutta la vita. Questo oggi sarebbe impensabile da realizzare sia per la complessità della vita stessa, sia per la sua ordinaria notevole durata. Questo può portare ad un’educazione infantile e giovanile approssimativa, che trova espressione nella emblematica frase: “ce ne sarà di tempo…”. Sed tempus fugit, il tempo scorre e rischiamo di rimanere con un palmo di naso, a dispetto della necessità di un imprinting serio!

In ambito sociologico abbiamo due realtà da considerare: la rapida evoluzione della società, per cui tutto ciò che sembra acquisito diventa subito inadeguato, anche in campo relazionale e quindi educativo (La società liquida di Bauman) con evidenti conseguenze problematiche; inoltre, oggi, c’è molta più attenzione all’individuo piuttosto che alla famiglia, spesso trascurata, accusata di tutte le mancanze e notevolmente delegittimata nella sua natura costitutiva e nel suo ruolo educativo (ruolo che si svolge per esemplarità piuttosto che per gnosi, da cui l’importanza dei modelli familiari quali fonti ispiratrici per le giovani generazioni).

Tre sono pure le caratteristiche educative complicate con le quali le famiglie devono fare i conti.

La grande affettuosità nei confronti dei figli, spesso dispensati eccessivamente da tutte quelle piccole prove alla loro portata che ne promuovono la fortezza caratteriale, la volitività e l’autonomia, causando paradossalmente insicurezza ed esasperato mammismo (sarà questa la famosa “bamboccioneria”?).

Di contro la difficoltà ad una trasmissione valoriale, per cui voglio molto bene a mio figlio, ma non so bene come orientarlo al Bene. Si capisce chiaramente che qui risiede e da qui deriva una certa difficoltà all’educazione religiosa, che è orientamento al Bene per eccellenza, Dio.

La fatica ad aiutare i figli nella ricerca di un significato profondo dell’esistenza, per cui si desidera una vita bella ma che corre il rischio di rimanere in superficie. Questo è un pericolo, specie oggi, a fronte della crisi economica ed occupazionale, dove si spingono i figli a primum vivere deinde philosophare … scoraggiando – di fatto – il coltivare i sogni, il desiderare in misura alta, lo scendere nella profondità del nostro io, del nostro vissuto, dello spirito del mondo, dell’afflato Trascendente dell’esistenza.

E allora? Che fare?

Apriamoci ad una realistica speranza.

Nonostante tutto la famiglia è e rimane principio insostituibile di unità sociale e di trasmissione educativa. Pertanto noi Chiesa siamo chiamati ad aiutare le nostre famiglie, la famiglia così come essa si presenta, promuovendo un’idealità di modello familiare, ma accogliendo la famiglia così come essa è, con le sue ferite e con le sue caratteristiche, con le sue potenzialità e con le sue difficoltà, consapevoli che soprattutto attraverso essa si umanizza l’uomo.

Il supporto alla famiglia offerto con l’accoglienza e la vicinanza è indispensabile anche per l’educazione alla fede dei bambini e dei ragazzi. È in famiglia che avviene la prima istruzione religiosa, dove è trasmessa la prima immagine di Dio. Dobbiamo aiutare le famiglie ad interrogarsi su: «come viviamo la fede in famiglia?»; «quale esperienza cristiana sperimentano i nostri figli?»; «come li educhiamo alla preghiera?».

Inoltre, il supporto alla famiglia è offerto attraverso l’itinerario della iniziazione cristiana che richiede di essere svolto con impegno, gioia e compartecipazione, anzi come “luogo” di riscoperta della propria fede, e qui insisto su una mia convinzione: recuperiamo la liturgia domestica, fatta di preghiera, istruzioni e segni che appartengono alla nostra più bella Tradizione cristiana e alla saggezza della fede popolare dei nostri avi.

Importanti divengono i percorsi di preparazione al matrimonio che hanno diverse finalità: un risveglio della fede, un rinnovato senso di appartenenza ecclesiale, una maggiore consapevolezza della natura e degli impegni cristiani del matrimonio e della famiglia.

Sarebbe bello creare in ogni comunità un gruppo di sposi, maturi che, attraverso la loro esemplarità, esperienza e competenza possano essere punti di riferimento per le giovani coppie e le giovani famiglie. Ad Olbia esiste il Centro famiglia, coordinato da don Nino Fresi, che da sempre nutre il desiderio di mettersi a servizio dell’intera Chiesa diocesana per promuovere gruppi familiari di accompagnamento e sostegno per i giovani sposi. Un sogno nel cassetto?

Infine, la riscoperta della direzione e dell’accompagnamento spirituale, luogo di intimità col Signore, di discernimento motivazionale e decisionale, di impostazione esistenziale, di supporto ad ogni fragilità nell’umanità e nella fede… toccasana per tante famiglie!

don Paolo Pala

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